Come mettersi in posa senza sentirsi a disagio

Kate Belova · Founder & Photographer··Aggiornato il 3 set 2026

Non sei tu: sono i primi dieci minuti

Chi dice "io vengo male in foto" quasi sempre sta descrivendo la stessa cosa: i primi dieci minuti. Quelli in cui senti le tue stesse braccia, in cui hai appena conosciuto una persona con una macchina fotografica in mano, in cui sei fermo in mezzo a una piazza e ti chiedi chi ti stia guardando.

Non è un tratto del carattere, è una curva. E scende da sola tra l'ottavo e il quindicesimo minuto. Non è la faccia a cambiare: semplicemente smetti di sorvegliartela da dentro. Tutto quello che segue serve ad arrivarci prima.

Metà del disagio è il pubblico

Se il servizio è nella tua città, o a due ore di macchina da casa, il fastidio ha un ingrediente in più: la possibilità concreta di incrociare qualcuno che conosci. In un paese lo sanno tutti entro sera, e al bar di fronte c'è sempre qualcuno che commenta.

Due contromisure che funzionano. La prima è l'orario: alle sette del mattino d'estate il centro di Firenze o di Lecce è praticamente vuoto, e la luce è la migliore della giornata. La seconda è la sequenza: si parte dai posti stretti — vicoli, cortili, scalinate laterali — e il posto da cartolina si tiene per la fine, quando ormai non ci fai più caso.

Sul resto la verità è banale: i passanti guardano per quattro secondi e tirano dritto. Quelli che si fermano, nove volte su dieci, fanno il tifo.

Cosa fa un buon fotografo nei primi dieci minuti

Scatta. Anche sapendo che non userà quasi niente. Serve a far sì che lo scatto smetta di essere un evento: se aspetta che tu sia pronto per cominciare, pronto non lo sarai mai.

Poi:

  • Ti dà compiti, non pose. "Cammina fino a quel portone verde e fermati quando ti prende l'ombra" è un compito. "Sii naturale" non è un'indicazione, è un dispetto.
  • Non ti fa vedere il display nella prima mezz'ora. Le foto dell'inizio sono le più rigide, e vederle ti mette in imbarazzo per tutto il resto.
  • Parla e ti fa parlare. Domande banali con risposte vere occupano la parte di cervello che altrimenti starebbe lì a controllarti la mascella.

Se sai di scioglierti lentamente, cambia anche cosa prenoti. Un'ora a 279 euro va benissimo per chi sta comodo davanti all'obiettivo. Altrimenti un sesto del servizio se ne va nel riscaldamento, e le due ore a 465 euro esistono soprattutto per questo: le foto che poi si stampano arrivano quasi sempre dalla seconda metà.

Muoversi funziona meglio che mettersi in posa

Una posa è una cosa che si tiene. E si vede che è tenuta: nel collo, nelle spalle, nelle dita, prima ancora di saperlo dire a parole. Muoversi dà al corpo un compito che non sia "farsi guardare".

Camminare. Verso l'obiettivo, via, e di nuovo indietro, continuando a parlare. Non a passo di marcia. I fondi irregolari aiutano: i sampietrini di Roma, il mattone in pendenza del Campo di Siena, le strade bianche della Val d'Orcia. Devi guardare dove metti i piedi, quindi smetti di recitare, e l'inciampo divertito è spesso lo scatto buono.

Girarsi. Guardare via e tornare verso l'obiettivo al tre. Il mezzo secondo dopo la rotazione, quando la faccia non ha ancora deciso cosa fare, è quello che vale. Ripetilo cinque volte: la quinta è più sciolta della prima.

Allungare una mano. Sistemare un colletto, mettere una ciocca dietro l'orecchio, tirare l'altro per il passante dei jeans, passare il gelato prima che coli sul polso. Qualsiasi piccola commissione fisica dà a mani e spalle un posto dove stare.

E qualunque cosa ti venga chiesta, falla più lenta di quanto ti sembri giusto: a velocità normale sembri agitato, a metà velocità sembri tranquillo.

Le mani

È lì che si vede il nervosismo, non nella bocca. Quello che un fotografo corregge più spesso non è il sorriso, sono le dita.

  • Appoggiale sul tuo stesso corpo: pollice nella tasca o nel passante, mano dietro il collo, avambraccio sul muretto.
  • Oppure riempile: la tazzina del caffè, gli occhiali da sole, la giacca su una spalla, un cartoccio di ciliegie preso al mercato.
  • Dita leggermente aperte e morbide. La mano a paletta e il pugno chiuso raccontano tutti e due la stessa tensione.
  • Tocca piano. Se premi la mano sulla spalla dell'altro i polpastrelli sbiancano e l'inquadratura intera sembra ansiosa.
  • Evita le mani intrecciate davanti, all'altezza della cintura: è la posizione che viene automatica, ed è la stessa della fila alle poste.

Dove guardare

Le opzioni sono quattro e dicono quattro cose diverse.

Dove guardiCosa racconta la foto
Nell'obiettivoTe, in diretta. La più forte e la più difficile da reggere
L'altra personaIl rapporto, non le persone
Fuori campoIl pensiero, la distanza, il posto intorno
Quello che stai facendo con le maniDistrazione vera: di solito la più rilassata

Non fissare l'obiettivo aspettando lo scatto: guarda in basso, o di lato, e risali al tre. Con il sole basso in faccia strizzi gli occhi per forza, e in foto gli occhi strizzati raccontano fastidio anche quando è solo una questione di luce: chiudili del tutto, lascia contare, aprili al tre. Bastano due secondi puliti.

A fine luglio a Milano il sole se ne va poco prima delle 21, a Palermo una quarantina di minuti prima; in entrambi i casi gli ultimi venti minuti valgono più delle due ore precedenti. A mezzogiorno di agosto, invece, non c'è tecnica che tenga: o l'ombra dei vicoli, o si aspetta.

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Martina on Marco S.

In coppia: il problema della foto tessera

Due persone affiancate, spalle parallele all'obiettivo, stessa distanza fra i corpi: sono due foto tessera pinzate insieme. In ordine di efficacia:

  • Sfalsare. Uno un po' avanti e uno un po' indietro, corpi ruotati di una trentina di gradi l'uno verso l'altro invece che verso la macchina fotografica.
  • Rompere la parità di altezza. Un gradino, un muretto, un ponte: a Venezia i gradini non sono mai a più di due minuti di cammino, e far sedere uno dei due cambia tutta la geometria.
  • Tre punti di contatto invece di uno. Una mano, un fianco e una fronte raccontano intimità; la mano appoggiata sulla spalla racconta la foto di classe.
  • Dare a uno un'azione e all'altro una reazione. Uno sussurra qualcosa di vero e leggermente scorretto, l'altro reagisce. Quella è la foto.

Come funzionano davvero questi servizi: servizi di coppia.

Bambini che non collaborano

Chiedere il sorriso a un bambino di quattro anni produce una smorfia con i denti. Sempre.

Meglio inseguirli. Le mosse che funzionano quasi sempre:

  • Contare fino a tre e corrergli incontro. Poi rifarlo, perché la faccia di attesa al secondo giro è meglio di tutto il primo.
  • "Guai a te se ridi." Regge dai tre ai nove anni circa.
  • Lasciarli guidare. Dare loro un percorso — quel vicolo, quelle scale — e seguirli. Un bambino che comanda è un bambino che si è dimenticato dell'obiettivo.
  • Fotografare i genitori che guardano i figli, non solo i figli. Metà degli scatti buoni di un servizio di famiglia sta sulle facce degli adulti.

Con i nonni vale una regola sola: la foto tutti in fila si fa una volta, all'inizio, e non se ne parla più; il resto del tempo si chiede loro di raccontare qualcosa ai nipoti.

Gli orari contano più della tecnica: la prima ora del giorno o le ultime due prima di cena, mai a cavallo del sonnellino. Il gelato è una moneta sola, si spende tardi. E le tre ore a 649 euro, con bambini piccoli, non sono ambizione: sono la differenza tra un servizio e un inseguimento.

Il sorriso chiesto e il sorriso provocato

Sono due muscolature diverse, e la differenza la vedono tutti anche senza saperla spiegare: il sorriso chiesto allarga la bocca e lascia gli occhi fermi dove stavano.

Non si può fingere. Va provocato: dalla sorpresa, dallo sforzo fisico, da un contatto, da una domanda stupida fatta nel momento sbagliato.

Se il fotografo ti chiede di sorridere, quello scatto è già perso. I bravi ti fanno ridere e continuano a scattare per altri quattro secondi, perché la faccia che si ricompone dopo la risata è quasi sempre la migliore della giornata.

Da soli

Il servizio individuale è il più difficile, perché non c'è nessuno a cui reagire. Portati qualcosa da fare: un caffè da bere davvero, una sciarpa che si muove, una meta verso cui camminare davvero. Datti una commissione e lascia che la macchina fotografica la documenti.

Dillo nel primo messaggio

"Odio farmi fotografare" è la cosa più utile che puoi scrivere a un fotografo prima del servizio, e quasi nessuno la scrive. Cambia il piano: partenza in un posto tranquillo, più cammino, meno pose ferme, niente display a metà strada, e il luogo affollato tenuto per la fine, quando ormai di chi guarda non ti importa più.

Nessuno arriva capace. Ci si scalda, e basta.

Domande frequenti

Quanto ci vuole per sciogliersi davanti alla macchina fotografica?

Il disagio è una curva che scende da sola tra l'ottavo e il quindicesimo minuto: non cambia la faccia, semplicemente smetti di sorvegliartela da dentro. Un buon fotografo scatta comunque in quei primi minuti, perché lo scatto deve smettere di essere un evento, e non ti fa vedere il display nella prima mezz'ora.

Cosa faccio con le mani durante un servizio fotografico?

Appoggiale sul tuo stesso corpo — pollice nella tasca o nel passante, mano dietro il collo, avambraccio sul muretto — oppure riempile con la tazzina del caffè, gli occhiali da sole o la giacca su una spalla. Dita leggermente aperte e morbide, e niente mani intrecciate davanti all'altezza della cintura: è la stessa posizione della fila alle poste.

Meglio un'ora o due se odio farmi fotografare?

Due: se ti sciogli lentamente, un sesto di una sola ora se ne va nel riscaldamento, e le foto che poi si stampano arrivano quasi sempre dalla seconda metà. Un'ora, a partire da 279 €, va benissimo per chi sta comodo davanti all'obiettivo. Scrivi "odio farmi fotografare" nel primo messaggio: cambia il piano, con partenza in un posto tranquillo, più cammino e niente display a metà strada.

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